Adrenalina

Mi giro e rigiro, stanco, nervoso, impaziente. Il mio cervello scivola sempre più in basso, nei meandri di quella che è la mia anima. Sono innaturale, sono pazzo, sono io. Sono la lancetta di un tachimetro che sta per rompersi, mi muovo, oscillo pronto a terminare questa giostra irrequieta. A mettere un punto. Definitivo. Mi fermo a pensare a come sarebbe, a come sarei. Quello che vedo è una foto sbiadita, una faccia indefinita, un corpo in continuo modellamento, una mente in continuo crescendo. Guardo quell’essere portatore di felicità. Scodinzola, mi vuole bene. Sento che mi lecca le gambe. Sembra baciarmi e forse lo sta veramente facendo. O forse mi sta confondendo con un gelato al cioccolato, che a lui tanto piace. Mi squaglio. Mi addormento. Entro in un tunnel vorticoso e mi vengono le vertigini. Il mio corpo inizia a sudare, tremare, sobbalzare al ritmo di BYOB. Inizio a confondere la realtà con l’immaginazione e scopro di averlo sempre fatto, in fondo. Sempre. Incessantemente. Mi vedo come un ammasso di tessuti, sangue color amarena. Sono un cocktail vivente. Le mie viscere mi scuotono dall’interno. Avrei voglia di aiutarle ad uscire fuori, a gridare il loro orrore. Sono chiuse da 26 anni dentro il mio ventre. Fanno un lavoro sporco e non retribuito. Sono gli operai per eccellenza, perché danno la vita per avere la vita.
Mi vengono in mente le cose più disparate: un pene che si lamenta per la perenne posizione a testa in giù, che scalpita di prima mattina, che si illude di poter stare sempre in piedi, vispo e nerboruto; una palla che sogna di poter stare in equilirio, di avere una parte della propria perfezione che combaci con il suolo, che la fissi a terra e non la faccia muovere dopo un sospiro di vento impercettibile; un casco che si lamenta perché ha un nome che è un programma. Un libro che vorrebbe cambiare la propria storia. Una storia sempre uguale già scritta e immutabile.
E mentre penso a tutto ciò, mi sveglio. Mi sento una bomba ad orologeria pronta ad esplodere nel tepore delle mie lenzuola. Pronta a macchiarle di rosso. A bagnarle con il sangue e confondersi con esse. In compenso le viscere otterrebbero il loro giusto e meritato riposo, il mio cane leccherebbe qualcosa di veramente gustoso, che amplifica la sua natura selvaggia facendogli dimenticare chi sono e chi sono stato per lui. La palla raggiungerebbe il suo sogno. Si appiattirebbe per la detonazione e riceverebbe la sua tanto sospirata stabilità. Il pene, come in ogni cadavere che si rispetti, si alzerebbe. Ma lo farebbe senza essere comandato, lo farebbe di sua spontanea volontà. Il libro brucerebbe. Non cambierebbe la sua storia, ma la sua storia non sarebbe più la stessa. E mentre penso a tutto questo mi accorgo di essere in terribile ritardo.

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